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Lemon tree

C’è un’infinità raggrumata nel sorriso lasciato su questo piatto vuoto.
Una pausa densa come il buio rotto a squarci nelle austere notti di novembre, mentre aspetti il tuono.
Restare, in cinque, a disfarsi della notte, nel silenzio assoluto di un centro commerciale che è anche cinema
e fast food
e salone dei giochi
e paese delle meraviglie
e groviglio di caffè.
Con la donnina delle pulizie che ci guarda perplessa mentre ci sediamo in un posto trovato per caso, quasi
come la fortuna che arriva quando non la aspetti, perchè la speranza vera appartiene a chi non spera più.
Parliamo di alberi di limone.
Di quanto alcune cose vengano su meglio se non te ne curi.
Di quanto, altre cose, se non te ne curi, rincrudiscono.

O cedono come gli argini dei fiumi e dei torrenti in piena, come il marcire del legno, come le reti sgranate dalle conchiglie inchiocciolate sui bordi.
Si muore d'acqua come si muore di vino sopra le strade.
E di un sacco di altre sciocchezze. 
Sì, ma non si può; mi dici a mezza bocca, spacciando per solco di barba l'indignazione.
Stacco gli occhi dallo sfondo e te li incastro addosso, ti rispondo che in un paese dove si muore di lavoro tutto è possibile.
Tutto si può fare.
Puoi alzarti e piantarmi un coltello nel cuore, ora.
E non lo fai non perchè non sia possibile, ma perchè pensi che non sia giusto e perchè passare una fetta di vita in un paio di metri quadri non è un'aspettativa decente.
Perchè tu hai la consapevolezza spontanea, la  connaturata percezione del concetto di responsabilità fuso ad un sano egoismo, che in certi casi somiglia alla sopravvivenza.
Che certi passaggi logici li diamo per scontati, ma non lo sono per niente.
E' inutile chiedere di fare la cosa giusta alla persona sbagliata.
E mi viene da ridere quando un infuocato Financial Times titola sopra il bianco della carta e dello schermo " In the name of God, please, go!"
Dio non vota, io sì.
E' nel mio nome e nel nome della gente per terra che deve andarsene, che ci manca solo il colpo di stato dei Cieli e le abbiamo viste tutte in questo paese di fango e sole.
Quando il gioco si fa duro si deve capire che non è un gioco.
E che non ci sono duri da svegliare e mandare avanti, ma decisioni dure da prendere da chi avanti c'è già.

Ristoranti pieni, voli traboccanti e prati in fiore.
Che raccontare una vita non è una vita raccontata.
Non so come finirà.

So però' che le città le ricostruiscono gli uomini e le donne, che le radici degli alberi si rinfoderano nei terricci ancora umidi.
Per le coscienze amare come le scorze, per quelle che colano rabbia sopra il dolore non è così semplice.





Yesterday you told me 'bout the blue blue sky.
I wonder how, I wonder why, but all that I can see is just a yellow lemon-tree.
Fool's garden, Lemon tree.

4 commenti:

il Russo | 6 novembre 2011 11:38
  

  Ristoranti pieni dice, mah... 

 
LAV / gigionaz | 6 novembre 2011 12:22
  

  'Tutto si può fare' e se non lo si fa è perchè si 'decide' che non sia giusto. Si 'decide'. Con un atto di volontà.

Spero di aver capito che il punto, per te, è il sentirsi coinvolti. Non essere bimbetti amministrati, lamentosi e queruli.

Perchè per me è questo il punto. ;)

Un bacione. 

 
La Scalza | 6 novembre 2011 12:33
  

  @Russo: è andato fuori di testa, ma davvero.
LA faccia di Tremonti l'hai vista?

@Gì: Penso che i passaggi logici siano due.
Il primo è essere coscienti di ciò che c'è intorno.
Il secondo è scegliere sulla base della consapevolezza.
Ecco questo secondo me è la responsabilità.
E' chiaro che riguarda tutti.
Tipo: c'è chi permette di costruire, sì, ma c'è anche chi, dopo, costruisce. 

 
LAV / gigionaz | 6 novembre 2011 14:10
  

  avevo capito bene, dunque. Siamo d'accordo. 

 

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