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Nuovi spropositi

La nebbia brucia le linee incurvate delle ringhiere, si sfalda lungo le grottesche guglie di un paio di palazzi fascisti vicino al gracile campanile.
Nell'aria umida si mescolano polveri pesanti di fuochi spenti e granelli di terra smossa, una coperta grigia che scalda il sonno della città e leva il respiro a tutti gli altri.
E' buffo, una cosa che appena una notte prima ha appassionato coi suoi giochi di luce e rumore si trasforma in bocconi amari di tosse incatramata e dannosa.
Un pò come l'eccitazione e i buoni propositi raggrumati sopra il primo di gennaio.
Non ne ho mai mantenuto nessuno e ad un certo punto ho pensato che l'entusiasmo fosse meglio snocciolarlo, diluirlo nel latte, impastarlo dentro un giorno alla volta.
Gli uomini si appassionano sempre alle cose nuove.
Il nuovo anno, la nuova macchina, la nuova casa, il nuovo cappotto, le nuove scarpe.
Per poi tornare indietro scalzi a raggranellare tutto ciò che hanno dimenticato.
La spasmodica, viscerale pulsione al consumo come un'influenza natalizia, capodannesca.
Come se a natale qualcuno ricordasse di essere più della somma delle sue articolazioni mobili - Stay human -
con qualcosa di simile a sentimenti spessi e spalmabili sulle cose come veli di burro.
Non è una forma di anticonformismo spiccio o di radicalchicchismo.
Ha più a che fare con la giustizia, con la prospettiva con cui guardi il mondo che la vita non è una somma algebrica di azioni, un bilancio in cui conta se resti in attivo o passivo.
Che se ti chiami Don Verzè e hai messo su un buon ospedale allora se evadi le tasse, se corrompi, se truffi lo Stato allora non fa niente, non importa. Sei un granduomo lo stesso.
No, non lo sei, perchè gli uomini o sono grandi sempre o non sono grandi mai, perchè un grand'uomo lo vedi da come affronta le sue miserie, le sue debolezze, come riesce ad arginarle, a gestirle, a livellarle, non a come le sposta più lontano per non fartele vedere come un baro qualunque.
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C'è tempo

La geometria di Roma è regolare, un incedere impietrato di cardi e decumani, di massi rigorosi, di cerchi smezzati in archi nudi ed obelischi allungati come tulipani.
Roma è stesa severa, che sia sole o pioggia, e non ammette i chiaroscuri dei vicoli di Napoli, quelli dei ceppi di Forcella, dove si può nascondere tutto e tutto dimenticarci dentro, pure il dolore.
Via delle Botteghe Oscure è un laccio che contorna  Pigna e S.Angelo,
filo rosso che un giorno era snodato lungo l'Appia e la Salaria, attorno allo Stivale intero.
Che serve uno sforzo di memoria per ricordarsi com'erano, certi comunisti, certi galantuomini belli e feriti, come le rondini cadute per spezzare l'azzurro monotòno del cielo.
E così era Magri.
Quando hai rispetto per la vita ce l'hai di rimando per la morte ed hai anche la percezione squadrata che una cosa è vivere e altra è sopravvivere a sè stessi.
Questo è uno strano paese, tutti vogliono possedere tutto senza poi sapere cosa farsene, per poi vendersi le mutande o le parole per un chilo di successo spacciando per libertà questo baratto, che se fossi libero davvero lo faresti senza niente in cambio.
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Insieme

Tu sei stesa sul mio divano,
quello sopravvissuto ai pastelli, alle tempere, al pallone di calcio, a quello di pallavolo, a quello di ritmica, ai litigi furiosi e ai parenti pigri.
E da un pò pure a Berlusconi.
Espressione intontita dal fondotinta, e compiaciuta, di chi sorregge la propria vita su una impalcatura di certezze inattaccabili e antisismiche,
arroccata nei tuoi jeans Fornarina stretti da togliere il fiato, mentre fai finta di leggere le istruzioni d'uso - in uno spagnolo maldestro - di una tinta per capelli che compri sempre uguale, lasciandoti come unica variabile indipendente la scelta della tonalità di biondo da usare.
Ci conosciamo da quando portavamo le calze bianche sotto le gonne di tartan, quando ai piedi avevamo le ballerine con la punta stondata e i nastri tra i capelli.
Crescendo io ho smesso di parlarti, ma non te ne sei accorta perchè tu parli abbastanza da riempire tutteddue.
E ho smesso di cercarti da anni, ma ogni tanto mi coli addosso, come i temporali d'estate, col fastidio subdolo e sottile, tipico delle cose che non vuoi più.
Mi hai svegliato insieme ad un caffè troppo dolce e ad un mal di testa feroce.
Ti guardo da terra, sul pavimento di ceramica sporcata di grigio del mio studio, a piedi scalzi, in una delle mie improponibili posizioni figlie di anni di ginnastica ritmica servite ad ammorbidirmi i muscoli e a indurirmi la coscienza.
Oh, ma perchè non ti fai più sentire, non vieni mai alle rimpatriate?
Perchè non mi interessa sapere che fine avete fatto.
Sempre la solita stronza insensibile. Aggiungi con una punta di fastidio che ti cade dagli occhi.
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Eresia

Lamborghini ha cominciato dai trattori.
Dai motori rabberciati nei campi, lasciati a gracidare di ruggine vicino alle pozze, lasciati come ruderi dopo la guerra, dagli inglesi.
Motori per trattori che bruciassero petrolio invece che benzina, per risparmiare.
In una stalla diventata officina, tra cacciaviti e fieno e vacche e chiavi.
Che forse è vero che devi partire dalla merda.
Che certe volte cominciare da niente, cominciare da sotto, ti fa soppesare meglio quello che raggiungi dopo.
O forse mi piace pensarlo per un fragile senso di giustizia, quello che tratteggia gli esseri umani infelici.

Cominciare controvento ed usarlo, il vento.
Che forse non tutto ciò che ti viene contro serve a farti male.
La frizione di un trattore dentro il motore Ferrari.
Che la frizione del Cavallino si bruciava un giorno sì e l'altro pure.
E allora ha pensato di farsela da sè.
Insieme a Bizzarrini, che di primo nome faceva Giotto.
Non è andato a protestare.
Non se l'è presa col destino, con i meccanici, con la guerra, con la globalizzazione, coi cinesi e coi banchieri.
E Berlusconi non c'era.
Non ha cercato l'uomo nuovo, quello carismatico, quello che risolve i problemi.
I problemi se l'è risolti da sè.
E allora forse non è importante dove arrivi, ma quanta strada hai fatto prima di arrivarci.



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Terremo(n)ti

Un terremoto altro non è che una esplosione invisibile.
Nascosta nelle faglie della terra, infilzata da lingue di magma.
Invisibile come solo i potenziali lo sono.
Con le deflagrazioni che solo i sogni, solo i pensieri acuti possono avere sulla vita.
Come le cose che possono essere, ma non sono ancora, come l'essenza stessa della speranza.
Che le migliori esplosioni non sono certo le piroclastiche, sfilate di grigie ceneri laviche, colate di grumi di fuoco sulle pendici acoprire tutto e farlo restare com'è.
E' fisica, non sociologia.
E' come una carica a molla, è come la liberazione di Energia elastica.
E' come il rinculo di un arbalete.
Il giro di danza di una ballerina sul fuso del carillon.
E così è pure la gente che scende in piazza con le bandiere.
Con i cori, con le orchestre.
Così è la faccia di Ferrara sul suo divano rinforzato.
Così sono le esplosioni di rabbia della Santanchè, il ghigno spento di La Russa, il dito medio di Formigoni dentro le sue irreprensibili camicie d'appretto.
Così sono le onde d'urto.
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Coalizione da Tiffany

Dopo che lo spread è salito al Quirinale Bossi ha cominciato il doloroso percorso dell'elaborazione del Rutto, tipica fase psicologica
delle perdite nette e dei cuori infranti, riscoprendo quanto stare all'opposizione di provvedimenti impopolari sia di una comodità banale e scontata anche se al governo ci va' uno di Varese.
Mentre Massimo Decimo Giorgio Napolitano suonava già la carica: "Al mio segnale scatenate il Governo".*
C'è da dirlo, B. , in fatto di tatticismi politici è un generale di coorti romano, un Oplita (con le ricchezze di Serse) contro la Persia tutta.
Sarebbe capace di far crepare il parroco timorato che gli viene a celebrare l'estrema unzione.
E allora capirete il mio assoluto disincanto.
Guardo l'opposizione che ha dimenticato la mossa del Cavallo (di Troia) col maxiemendamento.
Che nelle partite di scacchi ci sono pezzi che non si muovono mica solo avanti e di lato e che le mosse buone non sono quelle vincenti, ma quelle che mettono in difficoltà l'avversario.
Che se lo voti e dentro c'è l'abolizione dell'articolo 18 è meglio che non ti fai vedere in nessuna piazza neanche travestito da Camusso,
se non lo voti con i provvedimenti europei sei un irresponsabile che spinge l'Italia a picco.
Geniale.
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Teoria assiomatica del punto e basta

Quando te ne vai,
quando levi le tue cose dagli scaffali, quando svuoti gli armadi e percorri quel corridoio angoloso che ti porta fuori dalla vita di qualcuno,
non sei mai attenta al rumore che fanno i tuoi passi.
Se però sei un tignoso Capo di Stato quel rumore semplicemente lo vuoi, lo pretendi, te lo aspetti.
Lo cerchi come se ti fosse dovuto.
Che tutti sappiano che te ne stai andando, che si facciano le prove generali come un' esercitazione antincendio, che si suonino le campane, che passino casa per casa i messi comunali come gli aedi.
E invece quando te ne vai conta il silenzio che fa' vuoto,
che il rumore diventa fastidio e il fastidio indifferenza.
Lo saprebbe se non fosse abituato a barattarsi le parole della gente, ad accaparrarsi voti invece che stima.
Se avesse pagato la vita invece che comprarsela.
C'è differenza tra mancanza e bisogno.
Che nell'era del consumismo i bisogni si cambiano, si incollano facce su facce fino a far sparire gli odori dentro la colla.
Le mancanze no,
sono cave, pesanti come i vuoti, sono pozzi senza fondale in cui lanciare una moneta, ginocchia nude sulla pietra umida, fino a che non fili giù per esprimere il desiderio che ti avviti la vita.
Saprebbe che quello che compri una volta si rivende pure.
Saprebbe che ci sono leggi che non si scrivono eppure si rispettano lo stesso.
Come gli assiomi di geometria piana.

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Lemon tree

C’è un’infinità raggrumata nel sorriso lasciato su questo piatto vuoto.
Una pausa densa come il buio rotto a squarci nelle austere notti di novembre, mentre aspetti il tuono.
Restare, in cinque, a disfarsi della notte, nel silenzio assoluto di un centro commerciale che è anche cinema
e fast food
e salone dei giochi
e paese delle meraviglie
e groviglio di caffè.
Con la donnina delle pulizie che ci guarda perplessa mentre ci sediamo in un posto trovato per caso, quasi
come la fortuna che arriva quando non la aspetti, perchè la speranza vera appartiene a chi non spera più.
Parliamo di alberi di limone.
Di quanto alcune cose vengano su meglio se non te ne curi.
Di quanto, altre cose, se non te ne curi, rincrudiscono.
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Controvento

Controvento, odore di legno di ciliegio e tenerezza quassù non se ne sente più,
la campagna di peschi e limoni ed edere e zoccole s'è trasformata in una città di zoccole e basta.
C'era il mondo assonnato e compatto di sotto.
C'era il ferro verde di una gru che spezzava il cielo col suo gancio.
Avrò avuto sei o sette anni e sei o sette anni di vita erano quelli che perdeva mia madre a cercarmi in un palazzo troppo alto e troppo vuoto per una bambina troppo silenziosa e con la mania delle altezze.
Salgo le stesse scale di allora con qualche riga di febbre e rimmel, raggomitolata in una sciarpa rossa e srotolando un filo di tela di bruschi pensieri.
Mi piace l'idea delle gru nella scenografia di Santoro.
Una città invisibile fatta di gente che non vedi, di cose comuni che dimentichi come un tubo innocenti.
Che certe cose sono piccole solo perchè sei troppo lontana, certe altre sono su binari paralleli che sfuggono via, che arrivano Altrove e puoi vederli incernierati solo in punto all'orizzonte.
Un punto all'infinito che non è l'infinito.
Che tendere non è mica arrivarci.
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Milky Way


Infissi rossi dischiusi al sole come papaveri su un campo di grano.
Un paio di note si spandono leggere come i profumi di primavera fin sotto le mie coperte.
Tell me, did you fall for a shooting star?
One without a permanent scar [...]
Non esattamente, che non è puoi cadere da una stella ed arrivare a terra sopra una nuvola con la messinpiega.
Penso a Renzi mentre soffio sulla tazza sproporzionata di ceramica blu e con gli occhi in tinta ci inzuppo le ultime notizie spalmate su una biscottata ai cereali.
Penso al cesto di frutta che fa tanto natura morta e poco Caravaggio, all'Apple che fa' molto commerciale e poco Think different, al frigo che fa'... frigo.
Penso al culto dell'apparenza che sì conta, che sì è importante, ma esiste una differenza fondamentale tra importante e necessario.
E che necessario è pure diverso da opportuno.
Perchè le apparenze sono un pò come i numeri.
E ci sono i matematici e i numerologi.
Entrambi lavorano con i numeri, entrambi vivono con e per i numeri.
Solo che il numerologo li subisce, il matematico li comanda.