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Apparenze

Marco è seduto a quel bar che è aperto anche di notte.
Quello piccolo, dietro l'università.
Quello con i tavolini di metallo e plastica colorata.
Marco dice che gli piace la mia città.
Dice che è pittoresca.
Dice anche che c'è gente buona e prodotti genuini.
Io sono seduta di fronte a Marco.
Guardo il barista che prepara il mio caffè.
Dovrei raccontare a Marco che nella città pittoresca hanno arrestato Uno.
Uno che metteva rifiuti tossici nella terra che avrebbe dato i prodotti genuini.
E che i prodotti genuini, nella città pittoresca, non esistono quasi più.
E dovrei raccontare a Marco che la gente buona
sta sempre dietro la finestra la sera, la notte, l'alba, a controllare le macchine in cui salgo.
E le moto da cui scendo.



Marco si tocca i capelli rossi, aggiustati con cura.
Mi dice che lui i precari non li capisce.
Mi spiega che per lui, il lavoro, è questione di pazienza.
Mi dice che se sei paziente prima o poi qualcosa trovi.
Io seguo il barista che mi porta il caffè e mi sorride.
Caffè freddo.
Schiumoso.
Con una punta di Bayleis.
Dovrei raccontare a Marco che qua non siamo in Germania.
E che tra flessibile e precario c'è un mare di mezzo.
Dovrei dire, a Marco, che non avrà 24 anni tutta la vita.
E che con la biondina spocchiosa che si ritrova accanto, con 600 euro al mese, non le paga neanche le scarpe.
E che l'unica cosa in cui serve pazienza è l'arte.

Ma Marco mi spiega che io non posso saperlo.
Che, a me, m'ha baciato la fortuna.
Io aumento la stretta sul bicchiere.
Deglutisco di forza. Cambio l'accavallatura delle gambe.
A Marco dovrei spiegare che ho cominciato a lavorare a 18 anni.
Che ho aperto un negozio che detestavo. Ma che serviva a pagarmi la retta.
E che tra non saperlo e non dirlo, c'è differenza.
A Marco, dovrei spiegare che dormivo tre ore a notte.
E che non ho più saputo cosa volesse dire Domenica. O il mio compleanno.
Ma Marco mi dice, ridendo, che siamo giovani e che ci siamo scelti un buon mestiere.
Che, tra il dire e il fare, noi due, guadagneremo tanto.
Io mi passo l'indice sotto il bordo delle labbra. A tirar via rossetto e amarezza.
A Marco, dovrei spiegare che questo mestiere non collega le cose. Ma le persone.
E che sì, è buon mestiere.
Ma se la gente non compra il pane difficilmente comprerà un ponte.
E che, tra il dire e il fare, io preferisco il dare.

Ma Marco apre il giornale che è già vecchio, con le pagine rosa.
Legge e appunta nomi e numeri.
Marco che continua a spiegare.
Marco che mi spiega che a lui piace lo sport.
E che per questo si informa sempre tanto.
Io dovrei spiegargli che ho fatto ritmica per una vita.
E che per questo ho le caviglie consumate e i muscoli fragili.
Marco mi racconta che a lui piace proprio tanto il calcio.
E che per questo le scommesse maggiori le concentra tutte là.
Dovrei dirgli che il calcio piace anche a me.
E che per questo il mio regalo per i sei anni è stata una partita in curva sulle spalle di mio padre.
Marco mi spiega che lui non capisce lo sciopero dei giocatori.
Che se guadagnano tanto è giusto che paghino.
Io sposto un paio di riccioli. Lo scavalco con lo sguardo.
A Marco dovrei spiegare che puoi pure tassargli metà dello stipendio.
Ma prendersela sempre con quelli che pagano, ricchi o no, non tocca quelli che evadono.

Ma Marco abbassa un poco il giornale sportivo.
Beve il suo succo - di frutta e vodka - e mi spiega.
Marco mi spiega che una rivoluzione è una rivoluzione.
E che se non protesti stai bene e se protesti stai male.
Marco mi spiega che lui non si arrabbia perchè alla fine non serve e che se proprio si arrabbia,
Marco, usa la rabbia in modo saggio.
Io mi bagno le labbra di caffè.
Mi guardo intorno.
Dovrei spiegare a Marco che la rivoluzione è come la musica.
E che protesti quando c'hai una buona orchestra che suona con te.
E dovrei anche spiegargli che la rabbia è rabbia
e non puoi fare un breviario alla gente per spiegare come usarla.
Ma Marco ripiega il giornale,
poggia i gomiti ai braccioli della sedia e col suo accento continua a spiegare.
Marco mi spiega che il silenzio è silenzio e non c'è nulla dietro.
Mi dice, Marco, che il silenzio si usa quando non hai nulla da dire.
E mi parla, Marco, di silenzi che sono solo vuoti.
Io guardo il fondo del mio bicchiere tenendolo con due dita.
Non ho ancora aperto bocca.
Ma a Marco, dovrei spiegare che non parlo perchè puoi parlare solo con chi ha voglia di ascoltare.
Dovrei spiegare, sempre a Marco, che se certi silenzi sono vuoti, allora, perchè scalpitano così tanto?
Ma Marco si alza che è ora di andare.
Mi guarda, ma non mi vede.
E mi saluta spiegandomi
che se non protesti stai bene e se protesti stai male.

E che il silenzio è solo silenzio e non c'è niente dietro.
E io lo saluto.
Gli sorrido.
In silenzio.
Simon&Garfunkel.
Sound of silence.

6 commenti:

Zdenek | 27 agosto 2011 11:39
  

  Machicazzèstomarco!?!?

Quando lo rivedi, mandalo rumorosamente affanculo da parte mia, e dopo gustati il caffè. Col Baileys, ovviamente. Due punte.

P.S.
Di solito non bevo, non fumo e non dico parolacce.
Marco, però, m'ha indispettito.

P.S.
Dopo la Guerra si dovrà ricostruire. Ponti inclusi.
E c'è sempre la Cina, con il corso di lingue De Agostini. 

 
il Russo | 27 agosto 2011 12:01
  

  Beata te che a certa gente riesci ancora a sorridere. 

 
La Scalza | 27 agosto 2011 12:32
  

  @Zdè: L'unico vezzo alcoolico che mi concedo è quella punta.
Anche perchè non riesco proprio a reggere nientaltro.
E mi piace rimanere sempre lucida.

Per la Cina ho già cominciato =P

@Russo: Io non ho mezze misure.Mi debbo contenere per forza ;) 

 
Bisonte Pacioso | 27 agosto 2011 16:51
  

  Salutami Marco e digli che è un ottimo italiano :) 

 
Anthinea | 26 aprile 2014 21:05
  

  Hai cambiato il testo Tata
e in questo testo non c'è più la mia storia
quella che solo tu hai saputo riassumere in poche parole e che io comprendo davvero solo adesso...

Pam 

 
La Scalza | 2 giugno 2014 17:02
  

  Pam rispondi al telefono però ;) 

 

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