6
6 com

Teoria assiomatica del punto e basta

Quando te ne vai,
quando levi le tue cose dagli scaffali, quando svuoti gli armadi e percorri quel corridoio angoloso che ti porta fuori dalla vita di qualcuno,
non sei mai attenta al rumore che fanno i tuoi passi.
Se però sei un tignoso Capo di Stato quel rumore semplicemente lo vuoi, lo pretendi, te lo aspetti.
Lo cerchi come se ti fosse dovuto.
Che tutti sappiano che te ne stai andando, che si facciano le prove generali come un' esercitazione antincendio, che si suonino le campane, che passino casa per casa i messi comunali come gli aedi.
E invece quando te ne vai conta il silenzio che fa' vuoto,
che il rumore diventa fastidio e il fastidio indifferenza.
Lo saprebbe se non fosse abituato a barattarsi le parole della gente, ad accaparrarsi voti invece che stima.
Se avesse pagato la vita invece che comprarsela.
C'è differenza tra mancanza e bisogno.
Che nell'era del consumismo i bisogni si cambiano, si incollano facce su facce fino a far sparire gli odori dentro la colla.
Le mancanze no,
sono cave, pesanti come i vuoti, sono pozzi senza fondale in cui lanciare una moneta, ginocchia nude sulla pietra umida, fino a che non fili giù per esprimere il desiderio che ti avviti la vita.
Saprebbe che quello che compri una volta si rivende pure.
Saprebbe che ci sono leggi che non si scrivono eppure si rispettano lo stesso.
Come gli assiomi di geometria piana.

4
4 com

Lemon tree

C’è un’infinità raggrumata nel sorriso lasciato su questo piatto vuoto.
Una pausa densa come il buio rotto a squarci nelle austere notti di novembre, mentre aspetti il tuono.
Restare, in cinque, a disfarsi della notte, nel silenzio assoluto di un centro commerciale che è anche cinema
e fast food
e salone dei giochi
e paese delle meraviglie
e groviglio di caffè.
Con la donnina delle pulizie che ci guarda perplessa mentre ci sediamo in un posto trovato per caso, quasi
come la fortuna che arriva quando non la aspetti, perchè la speranza vera appartiene a chi non spera più.
Parliamo di alberi di limone.
Di quanto alcune cose vengano su meglio se non te ne curi.
Di quanto, altre cose, se non te ne curi, rincrudiscono.
6
6 com

Controvento

Controvento, odore di legno di ciliegio e tenerezza quassù non se ne sente più,
la campagna di peschi e limoni ed edere e zoccole s'è trasformata in una città di zoccole e basta.
C'era il mondo assonnato e compatto di sotto.
C'era il ferro verde di una gru che spezzava il cielo col suo gancio.
Avrò avuto sei o sette anni e sei o sette anni di vita erano quelli che perdeva mia madre a cercarmi in un palazzo troppo alto e troppo vuoto per una bambina troppo silenziosa e con la mania delle altezze.
Salgo le stesse scale di allora con qualche riga di febbre e rimmel, raggomitolata in una sciarpa rossa e srotolando un filo di tela di bruschi pensieri.
Mi piace l'idea delle gru nella scenografia di Santoro.
Una città invisibile fatta di gente che non vedi, di cose comuni che dimentichi come un tubo innocenti.
Che certe cose sono piccole solo perchè sei troppo lontana, certe altre sono su binari paralleli che sfuggono via, che arrivano Altrove e puoi vederli incernierati solo in punto all'orizzonte.
Un punto all'infinito che non è l'infinito.
Che tendere non è mica arrivarci.
7
7 com

Milky Way


Infissi rossi dischiusi al sole come papaveri su un campo di grano.
Un paio di note si spandono leggere come i profumi di primavera fin sotto le mie coperte.
Tell me, did you fall for a shooting star?
One without a permanent scar [...]
Non esattamente, che non è puoi cadere da una stella ed arrivare a terra sopra una nuvola con la messinpiega.
Penso a Renzi mentre soffio sulla tazza sproporzionata di ceramica blu e con gli occhi in tinta ci inzuppo le ultime notizie spalmate su una biscottata ai cereali.
Penso al cesto di frutta che fa tanto natura morta e poco Caravaggio, all'Apple che fa' molto commerciale e poco Think different, al frigo che fa'... frigo.
Penso al culto dell'apparenza che sì conta, che sì è importante, ma esiste una differenza fondamentale tra importante e necessario.
E che necessario è pure diverso da opportuno.
Perchè le apparenze sono un pò come i numeri.
E ci sono i matematici e i numerologi.
Entrambi lavorano con i numeri, entrambi vivono con e per i numeri.
Solo che il numerologo li subisce, il matematico li comanda.

17
17 com

Plurale femminile

Guardo il soffitto a cassettoni triangolari della nuova stazione.
Ha un non so' che di spaziale sotto il grigio umido della pioggia, soprattutto sotto i passi della gente distratta manco fossero nuvole di passaggio sul fondo del cielo.
Il mio treno ha 55 minuti di ritardo, ho i jeans zuppi e l'ombrello nel cassetto di casa, ma stamattina mi sono svegliata di umore buono e non ho alcuna intenzione di farmelo rovinare da Trenitalia.
O dalla Natura.
E allora non ci faccio molto caso, smezzo il tempo fra l'mp3 e il libricino nuovo di statistica applicata facendomi strada sulle panchine rigate di plastica grigia.
Sono seduta accanto ad un omino panciuto che puntellandosi sul lungo ombrello rosso, pacatamente, mi spiega che i treni fanno ritardo perchè i binari sono troppo bagnati.
2
2 com

58



3
3 com

Pensierino di metà giornata


0
0 com

Giochi di parole

Chiudo la porta di casa come si chiude una notte di mare, raccogliendo le buste che i vicini non resistono a lasciare nell'apposita casella, incagliate sul fondo, cocci di stelle spente nell'acqua.
Un pò distratta, un pò come volermela trascinare addosso, la distrazione, come i barboni che si portano sopra la pelle le proprie cose.
Le proprie case.
Mi infilo nel guscio dei titoli dei giornali, che la fontana della vita gorgoglia, che tu la senta oppure no.
E' partita la moda nera della pena esemplare, come se la giustizia non dovesse essere esemplare sempre, ma solo certe volte.
Nessuno ti spiega mai che certe volte, diventano certe opportunità o opportunità certe.
Che giusto ed esemplare non sono sovrapponibili, nè anagrammabili, ma nella confusione del momento magari riesce il gioco di prestigio di far sembrare peste nera un'ombra lunga al tramonto,
riesce l'impensabile e non ti pare neanche vero che la ruota della vita si sia fermata di nuovo accanto a te.
8
8 com

Segno diacritico di tilde


4
4 com

Il pendolare di Foucault

Panchina crepata di pietra pesante al di qua della riva asfaltata di giallo della metro.
Si vedono le radici imbronciate di ferro che la dovrebbero tenere rinfoderata al piano del mondo.
Tabellario degli orari così lercio da sembrare fatto di nebbia e catrame.
Pilastroni verdi, che ingabbiano lucine smorte, smangiati dal nero del tempo che scorre e travature della capriata stinte dalla merda di piccione.
E' la metro che serve la facoltà sporcata di blu e di qualcosa a metà tra il cubismo e il caso.
Come a dire che il destino non esiste, che anche la cosa più caotica e frammentata, ha un suo senso interno e che ciò che chiami 'caso' è solo ciò che non riesci a capire.
O sentire.
Che l'asino di Buridano non morirà mai di fame. E mica per caso.