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Il pendolare di Foucault

Panchina crepata di pietra pesante al di qua della riva asfaltata di giallo della metro.
Si vedono le radici imbronciate di ferro che la dovrebbero tenere rinfoderata al piano del mondo.
Tabellario degli orari così lercio da sembrare fatto di nebbia e catrame.
Pilastroni verdi, che ingabbiano lucine smorte, smangiati dal nero del tempo che scorre e travature della capriata stinte dalla merda di piccione.
E' la metro che serve la facoltà sporcata di blu e di qualcosa a metà tra il cubismo e il caso.
Come a dire che il destino non esiste, che anche la cosa più caotica e frammentata, ha un suo senso interno e che ciò che chiami 'caso' è solo ciò che non riesci a capire.
O sentire.
Che l'asino di Buridano non morirà mai di fame. E mica per caso.